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Paolo Zebolino

Ghirondista, cantante e compositore

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La ghironda di Apuleio

Posted on August 31, 2020 at 3:10 AM

Un’incisione databile 1530-1560 rappresenta un episodio della storia di Cupido e Psiche narrata da Apuleio. L’incisione sarebbe del Maestro del Dado (attivo a Roma, ca. 1530–60) che riprenderebbe i disegni preparati dal fiammingo Michael Coxie (1499–1592). Il testo italiano così recita:

“Amor l'è intorno, cha nel cor ferita / Dal di per lei, che à lei credea dar pena / & oltre il suon di musico istrumento / Vn è di più uoci un grato, & belconcento”.

Il testo latino di Apuleio (Metamorfosi V, 3) descriveva appunto un concerto di più voci accompagnate dalla “cithara”. Anche la traduzione italiana di Agnolo Firenzuola (ca. 1540) riporta “citara”.

Possiamo quindi ipotizzare che, nella fase di preparazione del disegno, qualcuno abbia volgarizzato il testo per la creazione della scena spiegando al Coixe che “cithara” fosse traducibile con “lira”. Abbiamo già visto questo slittamento semantico nel caso della visione di Ildegarda di Bingen. Il termine che identificava lo strumento di Apollo e Orfeo, viene associato al nome corrente della ghironda nel Nord ed Est Europa: lier, leier, lira, lyra, лира, ecc.

Si vede quindi una scena che magari non sorprenderebbe più di tanto se parlassimo di Medioevo, ma siamo in pieno Cinquecento e qualcosa non torna. Viene raffigurato “un coro di più bellissimi e concordevoli suoni e accenti” (trad. Firenzuola). È chiaro che la composizione dell’immagine avviene a partire da fonti letterarie e possiamo quasi immaginare il processo mentale del fiammingo Michael Coxie nel comporre la scena a partire dal testo: allora cantanti, ne metto almeno quattro, cantano sul libro, va bene… e ora che strumento metto? Una cithara, cos’è? una lyra (una ghironda)? Vabbè, magari nell’antichità suonava meglio...

Questa immagine mette soprattutto in guardia su alcuni punti.

1. Contro il rischio di un lettura acritica delle fonti iconografiche che potrebbe portare uno sprovveduto ad affermare di avere la prova che nel Cinquecento si cantasse la polifonia con accompagnamento di bordoni: è da escludere infatti si tratti di una rappresentazione plausibile di una pratica musicale.

2. Analogamente alle schiere di rappresentazioni di Orfeo e Apollo che suonano “inappropriatamente” chitarre e lire da braccio nel Rinascimento italiano, ogni volta che vediamo una ghironda in un’immagine di area tedesca o fiamminga, l’artista potrebbe aver attinto da fonti scritte in cui si parlava di cithara o lyra ed aver attuato lo slittamento semantico di cui sopra. Non intendeva quindi riprodurre realisticamente una ghironda, il suo suono ed il suo contesto. Stava solo traducendo.

3. L’artista che deve rappresentare una ghironda e situarla in epoca classica tenderà a re- immaginarne la forma per renderla più “greca” e meno quotidiana.

Una domanda.

Quando guardiamo la ghironda in opere come l’Inferno musicale di Bosch, dobbiamo pensare ghironda (rappresentazione realistica) o lira (fonte letteraria)?


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